Un anno vissuto pericolosamente – di Tecla Manzi

Qualcuno potrebbe chiedersi perché questo titolo, e uno degli scopi di tale scelta sarebbe
appunto questo: perché mentre se lo chiede si ritrova a leggere di che si tratta.
Un altro scopo invece è funzionale a un’altra domanda, prevedibile in questa stagione: che anno è stato questo 2013?

Un susseguirsi di eventi come per ogni anno, si può nell’immediato rispondere.
Ma quanti di questi eventi sono stati davvero notizie degne di attenzione, e
soprattutto riportate e trasmesse dalla stampa ai lettori con la dovuta oggettività e
verità?
Un anno vissuto pericolosamente è il titolo di un film di Peter Weir con un giovane Mel
Gibson nella parte di un reporter intraprendente inviato in Indonesia nei tumultuosi
anni ’60.
Il pericolosamente riferito a questo 2013 che volge al termine non riguarda però i
giornalisti eroi, razza che pullula solo al cinema, ma chi del loro operato
quotidianamente fruisce. Lettori e telespettatori sono infatti costantemente esposti al pericolo dell’inganno, perché è facile lasciarsi trascinare nelle falsità o mezze verità pubblicate sui giornali o passate nei canali televisivi.

Non è detto però che tale categoria si lasci guidare passivamente verso una direzione
prestabilita, perché fortunatamente la mente umana si avvale di una formidabile arma
di difesa in questi casi: il senso critico. In chi lo esercita, ovviamente.
Una luce che si accende e che permette di distinguere meglio quel giornalismo al
servizio di qualcosa o qualcuno, che trasforma il ‘fatto‘ appunto in ‘pacco‘. E purtroppo
non solo a Natale. Quanti articoli o trasmissioni televisive ci hanno sconcertato se non irritato per le loro superficiali inesattezze, profonde omissioni o calcolate alterazioni durante questi dodici mesi? Andando a ritroso qualcosa si può rievocare.

L’inizio dell’anno è scoppiettante, e non per via dei botti, ormai il 10 Gennaio messi a
tacere. E’ in quella data infatti che avviene qualcosa di sconvolgente: Berlusconi partecipa al programma tv di Santoro, che da ‘Servizio pubblico’ rivela la sua vera identità di ‘Servizio In pubblico‘.
Tutti ne parlano, è un avvenimento straordinario e il battage pubblicitario che ne fa da
traino è fortissimo.
I tanti telespettatori si mettono lì davanti allo schermo televisivo e si dicono: – Adesso
finalmente lo metteranno alle strette; lo tartasseranno con quelle domande scomode
che nessuno ha osato rivolgergli in vent’anni; si comporteranno diversamente da quei
colleghi che hanno sempre criticato e deriso in tutti questi anni; Marco dirà qualcosa
da giornalista!!
E invece…totalmente annichiliti, silenziosamente complici, anzi nemmeno troppo
silenziosi.
Silvio ha tutto lo spazio per dare vita al suo show, è il protagonista indiscusso della scena. Il fazzoletto che pulisce la sedia prima di sedersi, farà sorridere pure il più rosso degli ultimi comunisti superstiti.
Quei due che gli sono attorno, quelli che per anni hanno cavalcato l’indignazione
antiberlusconiana, spariscono.
Sembrano le sagome di cartone che fanno da sfondo nei programmi di Carlo Lucarelli,
anche se quelle almeno sono utili alla narrazione televisiva.

A Febbraio, l’11 per l’esattezza, per la prima volta nella storia, un Papa presenta le sue
dimissioni.
Non piace, troppo aristocratico, la chiesa perde fedeli in continuazione peggio di
Santoro con gli ascolti e Il Fatto Quotidiano con gli abbonamenti.
Quello sta antipatico a tutti, con quell’accento poi non se ne parla. Meglio cambiare.
E’ necessario tornare all’essenziale come si canta a Sanremo.
Il 13 marzo viene eletto Bergoglio, dall’accento sudamericano ben più accattivante.
Con lui via i nomi complicati e lunghi alla Benedetto XVI. Basta, solo Francesco.
Semplice, secco, senza i numeri romani che non si sanno scrivere. Il richiamo alla figura
del santo, alla povertà, in questi tempi di crisi, funziona alla grande.
Tutta la stampa, e curiosamente soprattutto quella più laica, sembra prodigarsi nella
sua promozione.
Una volta telefona, un’altra scrive, un’altra ancora si fa taggare su Facebook.
Non c’è santo giorno che non stia sui giornali.

Il 24/25 Febbraio ci sono state però anche le elezioni politiche, passate presto nel
dimenticatoio. Del resto sono state talmente irrilevanti che i non votanti, sempre più
numerosi, hanno smesso persino di provare il benché minimo recondito rimorso.
Si è passati da un governo tecnico, che nessuno voleva, a un governo delle larghe intese,
che nessuno voleva, ma per capirne la profonda differenza bisogna appunto
intendersene largamente.

Il 20 Aprile inizia l’elezione per il nuovo Presidente della Repubblica. Rodotà si lascia
ammaliare dal canto dei grilli che fingono di sapere chi sia, ma il 22 si elegge qualcun
altro. Un nuovo Presidente che poi in realtà è lo stesso che già c’era, ma è sempre
tempo di spending review, così non ci sarà bisogno neppure di sprecare il toner per
stampare un nuovo discorso di fine anno.

Per mesi si ha la sensazione di essere sospesi, di vivere in una sorta di immobilismo.
Solo a Maggio arriva davvero lo scossone per il nostro paese.
Accade qualcosa di impensabile, inaspettato, qualcosa che nessuno credeva potesse
mai accadere: il 6 maggio a Roma muore Giulio Andreotti.

Arriva l’estate e Silvio è depresso per la condanna per frode e dudù dadadà. La Pascale
si fa fotografare qui e là, e via così per settimane nelle pagine di tutti i quotidiani.

Il 16 Settembre, per dimostrare che l’Italia eppur si muove, iniziano le manovre per
recuperare il relitto della Costa Concordia.
Diretta tv, telecronaca con ospiti in studio, tutti i giornali ne scrivono ora per ora,
diretta streaming internet delle testate online. Tutti sono in fermento, più che una grandiosa operazione di raddrizzamento, è una macroscopica operazione mediatica.
Ci hanno messo quasi due anni e 19 ore, sono morte per imbecillità italiana 32 persone,
eppure tutta la stampa e i network televisivi ce la propinano come un’impresa
leggendaria del nostro paese.

Per qualcosa che riemerge, ce n’è un’altra che discende.
Il 27 Novembre decade dalla carica di senatore Silvio Berlusconi, dopo mesi di
discussioni sui giornali e nei salotti tv sul voto palese, non palese, e su e giù.
Le stesse chiacchiere a farci compagnia da vent’anni a questa parte di cui sembra non
si possa fare a meno, ma ci siamo abituati.

Questi e altri fatti del 2013, stampa e televisione ce li hanno raccontati spesso in modo diametralmente opposto, e in ossequio al detto che “la verità è nell’occhio di chi guarda” si sono prestati al gioco delle parti politiche che sostengono. Ma a meno di non essere guerci, basta poco per riconoscere a chi si sono venduti.

Nella redazione del Fatto Quotidiano sono preoccupati, l’antiberlusconismo non è più
una certezza per tirare a campare.
Sono finiti i tempi d’oro in cui in tanti ancora credevano alla possibilità che potesse
esistere un giornalismo indipendente, e dunque adesso bisogna arrabattarsi come si
può, con chi si può.
Non basta più l’indignazione, che richiede un minimo di riflessione cerebrale. Si punta
sulla rabbia che parte dal basso, tanto dal basso che non arriva al cervello.

E quindi si esce a riveder le stelle. Non più di cinque.

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128 thoughts on “Un anno vissuto pericolosamente – di Tecla Manzi

  1. Ecco qui un altro articolo del Movimento dei Caproni che dimostra l’indole dei grillini e di altri bambocci viziati e presuntuosi che (come loro) si credono rivoluzionari: http://movimentocaproni.altervista.org/blog/perche-stato-sociale-non-e-una-parolaccia/

    Adesso incomincio a crompendere perche` agli inizi del ‘900 in america ci vedevano come dei selvaggi estremamente emotivi che risolvevano le controversie solo a coltellate.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Anti-Italianism

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