Il caso Scarantino

Via d’Amelio. Depistaggio? No, faccia tosta. di Claudio Territo

Queste cose io le dico da parecchio tempo ma con la ricorrenza del 19 luglio 92 vengono fuori le notizie relative ai processi per Via d’Amelio e si fa un gran parlare di depistaggi. Colgo l’occasione per rinfrescare la memoria a quanti queste cose eventualmente non le sapessero.

Purtroppo il nostro paese, nel corso della sua storia recente si è veramente distinto per molte di queste pratiche vergognose e se ne potrebbero citare tante. Però siccome, un pò di depistaggi me ne intendo, non sono mai portato a fare di tutta l’erba un fascio e cerco sempre di separare il grano dal loglio. In questo caso le cose a mio avviso sono notevolmente diverse. E vi spiego perché.

Nella strage di via D’Amelio, furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Si sono fatti lunghissimi processi, il Borsellino primo, il Borsellino bis e il Borsellino ter, in appello e in Cassazione, mi pare, per un totale, se non vado errato, di 11 processi, che si sono conclusi con la condanna all’ergastolo di tre persone (tra l’altro ancora in carcere ingiustamente, almeno per questo reato). Tutti questi processi hanno avuto come perno il reo confesso un certo Vincenzo Scarantino che avrebbe rubato la Fiat 126 carica di esplosivo e portata in via D’Amelio il 19 luglio 92.

Ma qual’è il curriculum di Scarantino? Un boss? Un killer? No. Era molto più modestamente un meccanico semianalfabeta del rione Guadagna, drogato, riformato al servizio militare per schizofrenia, tossicodipendente, sposato e al tempo stesso fidanzato con i seguenti transessuali: Fiammetta, Giusi la sdillabrata e Margot.

Mi pare che i costumi di questo tale non fossero proprio confacenti con quelli degli uomini d’onore! Però questo a pm e ai giudici non ciò non è basto: Scarantino è credibile.

Tra l’altro, boss di primo piano come Salvatore Cancemi e Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera, alla voce “Scarantino” hanno risposto: Scarantino? E chi è Scarantino? In uno storico confronto in aula, Brusca sbugiardò palesemente Scarantino, dimostrando che con la mafia non aveva nulla a che fare e che diceva delle balle enormi. Però nessuno delle eminenti toghe volle crederci: Scarantino è credibile.

Costui, a parere dei sagaci giudici di Caltanissetta, sarebbe andato ad una riunione della Cupola di cosa nostra dove avrebbe ricevuto l’investitura da parte del capo. Entrando Totò Riina avrebbe detto “A stu curnuto s’ha ‘a fare saltare ‘nda l’aria (riferendosi a Borsellino) come du’ crastu che ci stava ristannu vivu, picchè chistu Borsellino fa chiu’ danni che Falcone”? Quindi ripeto: Totò Riina allora avrebbe appaltato a lui (e non a uno del calibro di Brusca, ma proprio a lui) uno dei più importanti delitti di strage che si siano compiuti in Italia. Perché se vi fosse mai capitato di ascoltare le udienze del processo Borsellino si Radioradicale rimarreste esterrefatti.

E questi sarebbero i mafiosi? Totò Riina doveva essere proprio uno sprovveduto! Tra l’altro Brusca, e ciò è pure riportato nelle sentenze (es Addaura), riferisce: “quando abbiamo commesso la strage di Capaci, a strage fatta, quando siamo tornati, cioè tornati… quando ci siamo riuniti che dovevamo fare il brindisi, in quella circostanza, mentre che stavamo salendo, il BIONDINO esternava… cioè, esternava contro Antonino MADONIA per dire: “Se allora avrebbe chiesto aiuto, avrebbe chiesto collaborazione, cioè non c’era bisogno di arrivarci ora e no che si é affidato a ‘na pocu di picciutteddi”. E questo é successo mentre che noi stavamo salendo la scala.”

Poi, nel frattempo, lui continuava a polemizzare sul punto e poi é intervenuto Salvatore RIINA dicendo: “Totu’, nun ni parliamo più, é successo, lo abbiamo fatto, non ne parliamo più”. Traduzione: Biondino rimprovera Madonia dicendogli: se quella volta all’Addaura non si fosse fatto fare il lavoro a “na pocu di picciutteddi” (ovvero ragazzi privi della dovuta esperienza) a quest’ora non avremmo dovuto organizzare Capaci. Riina li calma dicendo: per questa volta è finita cosi pazienza! Invece secondo i brillanti magistrati di Via D’amelio, a leggere le Sentenze, pare che Totò Riina, piuttosto che fare ammenda della (per fortuna) fallimentare esperienza dell’Addaura non si affida più a “na pocu di picciutteddi” ma sta volta si rivolge ad un vero e proprio mentecatto. Però per i giudici e per i pm nisseni questo non basto: Scarantino è credibile.

La moglie di Scarantino, tra l’altro, chiamata a testimoniare dice: il giorno della strage, “mio marito non si è alzato alle 7 e 30 per andare a lasciare la 126 per il semplice motivo che mio marito non si è mai alzato prima delle 11 e 30”. Poi afferma che, veniva gente a casa il giorno prima dell’udienza a casa sua a fargli ripetere le cose per l’indomani. Lui stesso un mese dopo il primo verbale, ha ritrattato e ha dichiarato a verbale esattamente: “Vistiri ‘u pupu… Mi ficiru inventare tutti ‘i cosi…’u verbale lu fici iddu poi mi fici firmare…” Traduzione per i bergamaschi: hanno fatto vestire il pupo mi hanno fatto inventare tutto… il verbale lo hanno fatto e poi me lo hanno fatto firmare. Ma questo evidentemente non ha dissuaso i giudici che evidentemente pensavano più alla carriera che ha ricostruire i fatti: Scarantino è credibile.

Nel settembre 98 Scarantino ritratta per l’ennesima volta, accusa i PM di averlo costretto a dire quelle cose. “Allora c’era la dottoressa Palma che mi diceva le domande, tutte le domande che mi doveva fare l’avvocato … E facevamo questo discorso con la dottoressa Palma … Mi preparava delle cose che io dovevo rispondere l’avvocato, e già io avevo la cosa come rispondere”. Ma allora se qualcuno osava muovere delle critiche a quei PM (Palma e Di Matteo), veniva tacciato di eresia e di fare il gioco della mafia. Mafia che avrebbe pagato Scarantino per comprare il suo silenzio! Di delegittimare la magistratura e robe del genere. Uno dei due PM, Annamaria Palma (Corriere della Sera 16/9/98) “dietro questa ritrattazione c’è la mafia” e poi “cosa nostra ha trovato un’altra strada, dimostrando di sapersi adeguare ai cambiamenti” E cosi si esprimeva nella sua requisitoria il PM Di Matteo del dicembre 2008: “l’attività processuale scaturita è originata dalla ritrattazione dello Scarantino abbia finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni, o meglio, gran parte delle sue precedenti dichiarazioni nei confronti di molti degli odierni imputati. Vi dimostreremo come questa conclusione che vi ho già prospettato non è frutto di un paradosso, non è il risultato di un atteggiamento di pregiudiziale ed acritico sostegno alle tesi compendiate nei capi di imputazione. Non è, signori della corte, un volere difendere a tutt i costi una impostazione accusatoria che si fonda anche, e vi sottolineo ancora una volta anche, sulle propalazioni di Vincenzo Scarantino. Vi dimostreremo che il nostro convincimento circa la valenza dimostrativa che la ritrattazione ha finito con l’assumere del compendio delle dichiarazioni iniziali di Scarantino è fondata ed è definibile da una analitica e razionale disamina delle dichiarazioni rese dall’ormai ex collaboratore dal 15 settembre in poi.” E ancora: “La ritrattazione di Scarantino che poi spiegheremo perché deve considerarsi falsa è innanzitutto una ritrattazione indotta. Non siamo in presenza di un atteggiamento processuale scaturito dalla volontà del protagonista della scena dibattimentale. Siamo in presenza di un risultato di una complessa attività posta in essere per costringere il pentito a cambiare versione. D’altra parte, lo accennavamo nella scorse udienze, l’avvicinamento dei collaboratori per indurli e costringerli a fare marcia indietro è diventata una costante nel comportamento e nella strategia che cosa nostra da qualche tempo a questa parte pone in essere per ottenere gli sperati esiti processuali” E poi ancora: “La rabbia, l’amarezza e la costernazione, la delusione, che i miei colleghi ed io abbiamo provato nel sentirci accusare di questi gravi reati che non abbiamo mai neppure lontanamente pensato di potere compiere, sono sentimenti mitigati però, da una consapevolezza chiara e cioè dalla consapevolezza che specialmente in questo particolare periodo che l’Italia sta vivendo, lo sparare a zero sui pubblici ministeri, l’accusarsi di precostituirsi arbitrariamente le prove a carico dei loro indagati o imputati è diventato una sorta di sport nazionale praticato non solo e non tanto dai pentiti, come nel caso di specie, ma da tutti coloro che, anzi da molti di coloro che a vario titolo e a vario livello hanno soltanto lo scopo di fare esplodere il sistema giudiziario, di minare nella maniera più subdola con ripetute continui, strumentali attacchi la credibilità di quelgi organi che lo stato rappresentano agli occhi dei cittadini.” Si arriva al febbraio del 1999. Il senatore Pietro Milio della lista Pannella, presentò un’interrogazione ai ministri della Giustizia e dell’Interno su un verbale d’interrogatorio del 1994, reso da Scarantino, pieno di annotazioni a margine che sarebbero state fatte da un poliziotto. I magistrati interrogano l’agente, ipotizzando un tentativo di depistaggio nell’inchiesta, ma poi vedi caso tutto viene archiviato. Il senatore Milio, denuncia al Senato “che nel corso dei processi per la strage di via D’Amelio la difesa del pentito Vincenzo Scarantino, sulle cui dichiarazioni si basa il processo, ha prodotto verbali di interrogatorio resi alla procura di Caltanissetta dallo stesso Scarantino, che risultano infarciti di ‘segnalibri’ ed annotazioni, con indicate circostanze, nomi e fatti diversi da quelli già narrati e poi, nei successivi suoi interrogatori, ‘adeguati’ opportunamente“. “Scarantino – dichiarò in quell’occasione Milio – ha addirittura prodotto atti e documenti non firmati e da lui acquisiti durante il periodo in cui è stato sottoposto a regime di rigorosa protezione. Per questo ho chiesto ai ministri se non ritengano di dover disporre una seria indagine ispettiva anche al fine di accertare come lo Scarantino abbia potuto disporre – e chi gliela abbia data – della copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa degli imputati ha avuto, a suo tempo, rilasciate soltanto copie parziali e quali provvedimenti intende adottare ove venissero rilevate condotte illecite“. È inutile dire che quell’interrogazione, presentata ai ministri del governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema non ebbe mai alcuna risposta! Come disse allora Milio “ebbi modo di vedere attraverso uno dei difensori degli imputati quel verbale Ricordo che rimasi sconcertato di fronte a quegli appunti e a quelle annotazioni scritte a matita. Sono contento che oggi, sia pure a distanza di 10 anni, qualcuno abbia le mie stesse perplessità di allora”. Molti allora fecero notare che le cose non potevano andare in quel modo. Milio stesso disse giustamente “Più che i suggeritori occulti – basterebbe individuare quelli palesi”. Però per i giudici nisseni: Scarantino è credibile.

Altri per esempio, il giudice Alfonso Sabella, Gioacchino Genchi, che ebbe uno scontro con il suo capo Arnaldo La Barbera, il tenente Canale (che per questo, vedi caso, passò un sacco di guai giudiziari!!!) e anche Ilda Boccassini che nel 94 era a Caltanissetta e lasciò una relazione in cui si affermava chiaramente che il pentito Scarantino era completamente inattendibile. Ma niente: Scarantino è credibile.

Dopo diciassette anni, succede che si presenti dai magistrati un certo Gaspare Spatuzza che invece il curriculm mafioso ce l’ha e come, e dice: cari i miei magistrati vedete che nel 92 sono stato io e non Scarantino a portare la famosa 126 in via d’Amelio e glielo dimostra in maniera inoppugnabile. Da quel momento si apre il valzer delle cazzate: di cosa si parla? del papello, dell’Agenda rossa, del figlio di Ciancimino, del patto stato–mafia, e ora dei mandanti occulti, fino ad arrivare al Castello Utvegio, di signor Franco/Carlo di servizi segreti che non mancano mai per condire le storie misteriose italiane. Ma soprattutto della parola magica: il “depistaggio”!!!!! Il fatto è che questi giudici non sono delle entità astratte hanno nomi e cognomi e sono sempre li sulla scena a prendersela con i poteri occulti che depistano le indagini e nascondono la verità. Ora, per carità, si indaghi pure su tutto quello che vi pare, ma voi questi li chiamereste depistaggi? Era cosi difficile capire chi era Scarantino?

Claudio Territo