L’ ultima tappa

Renzo non c’è più, è decollato per l’ ultima volta pochi giorni fa per un volo senza ritorno. Per questo voglio fermare il ricordo di quell’ ultima tappa, glielo devo, e so per certo che l’ apprezzerebbe. Spero piaccia anche a voi, e mi scuso se esula dal tema del blog, anche se non è la prima volta che accade.

tamanrassetEravamo arrivati all’ ultima tappa di quella Trans Sahara Air Marathon, l’ ultima che si disputò. Era il 1990, a novembre, e nel Sahara algerino si stava benissimo, di giorno. Il gruppo dei cinque temerari italiani ce l’ aveva quasi fatta, mancava poco, solo l’ ultimo balzo a Tiaret, sui monti dell’ Atlante, partenza e arrivo del raid aereo.

Disegnato come un 8 sul deserto, il tour andava da nord a sud, partendo da Tiaret  fino a Tamanrasset, nel cuore del Sahara, per poi ritornare alla partenza, verso nord, incrociando la leggendaria transahariana, la Algeri-Lagos. Non eravamo stanchi, l’ avventura era stata bellissima, però ci tenevamo a concluderla in bellezza, come meritavamo. Dopo due settimane davvero dure fisicamente e con tanta pressione psicologica, il tour, varie migliaia di chilometri, volati a vista e senza ausili elettronici per la navigazione, stava finendo, ma l’ attenzione era ancora alta. Nel deserto l’ errore può costar caro, più che altrove, e lo tenevamo ben presente, sempre.

Quel giorno c’era un vento fortissimo, e soffiava da nord, ovviamente, rallentando di molto l’ avanzata degli aerei. Come al solito, anche l’ ultima tappa era divisa in due parti, per via del rifornimento carburante necessario a completarle, ma quel giorno al rifornimento arrivarono solo 3 equipaggi: uno francese e i due italiani. Tutti gli altri, ci dissero, avevano rinunciato ed erano atterrati su piste di fortuna nel deserto, sperando di ripartire il giorno dopo, con meno vento contrario.

renzo-e-renzo

Cockpit selfie

Gianni pilotava il Pelican da solo, per via di un problema avuto al ruotino anteriore, che dava ancora preoccupazioni. Renzo ed io (Renzo), eravamo sul Kitfox, senza trasmissione radio, problema noto dal primo giorno (ma che vuoi che sia, senza radio nel deserto!), e il freno sinistro malmesso (tanto si vola, ‘zzo servono i freni?). E poi, in fin dei conti eravamo a metà dell’ ultima tappa, e se eravamo arrivati fin lì… ormai era fatta!

Mica vero

Il vento contrario fortissimo ci costringeva a volare molto bassi. Volando a pochi metri dal suolo, se da un lato aumentavamo la velocità relativa, dall’ altro peggioravamo di molto la navigazione. Intanto le ore passavano, e le ombre del tramonto (magico nel deserto, non c’è un filo d’ umidità) si allungavano a dismisura. Però c’ era poco da cullarsi nello splendore del panorama, perchè i riferimenti al suolo ormai non si distinguevano più. Gianni, riuscendo a parlare con l’ aeroporto, era ormai in vista di Tiaret. Noi invece avevamo perso di vista Gianni, tentando di seguire delle pipeline sempre più incerte, solo alcune indicate nelle mappe, di sicuro vecchie.

Allora che si fa?

Renzo: “appena vediamo un insediamento umano con uno spiazzo sufficiente per atterrare e ridecollare, scendiamo e chiediamo“.
Io: “ok, che ne dici di quel minuscolo paesino?
Renzo: “quella strada sterrata mi sembra buona, proviamo a mettere le ruote lì

Dopo un paio di passaggi a bassa quota per verificare meglio, atterriamo perfettamente. Non facciamo in tempo a spegnere il motore che siamo circondati da alcune decine di ragazzi e bambini, seguiti poi da madri e padri e anziani. Se non era tutto il villaggio, poco ci mancava. Dando sfoggio del mio fluente francese (ehmm…) chiedo: “ma ‘ndo cazzo sta Tiaret?” e la risposta univoca di decine di braccia è “là”. Non è molto ma meglio di niente.

Nel mentre, vediamo avvicinarsi a tutta velocità un fuoristrada di colore poliziotto/militare, ed in effetti a bordo ci sono due poliziotti o militari. I gentili signori, poco più che ragazzi, scendono con le pistole puntate, in segno di amicizia e fratellanza, e chiedono “passport”. Renzo, poco piacevolmente impressionato dal cortese gesto di calorosa accoglienza, si mette a ispezionare i serbatoi alari, mentre io, sempre nel mio francese sorboniano, mi incarico dell’ operazione diplomatica.

Uno sta a distanza con la pistola puntata, l’ altro, forte dei mezzi di cui dispone, annota i dati dei nostri passaporti… sulla mano nuda! Per lo meno aveva la biro, metà attrezzatura c’era! Dopo le pratiche amministrative, e avendogli mostrato il mega-adesivo sulla fusoliera che illustrava il raid organizzato dall’ Aeroclub algerino, che in pratica spiegava perchè eravamo lì, rifaccio anche a loro la domandona: “ma ‘ndo cazzo sta Tiaret?” e la risposta a braccio è sempre “là”. Un’ inutile perdita di tempo, e intanto è sempre più buio.

Rientriamo a bordo e ci guardiamo negli occhi:

Io: “come siamo messi?
Renzo: “un serbatoio alare vuoto, nell’ altro ci saranno 3/4 litri, più i 5 del canister” [il collettore centrale]
Io: “poca roba insomma; 1/2 ora di volo sicura, o poco più; cazzo facciamo?
Renzo: “senti, se siamo arrivati fin qui, ci fermiamo a un niente dalla meta?
Io: “fanculo, hai ragione, mal che vada speriamo di rompere solo l’ aereo

Decolliamo

Facciamo rotta per “là”, che è difficile da spiegare, ma più o meno è quella verso le luci là in fondo sull’ orizzonte. Il cielo è terso e nero, si vedono solo le luci dei paesi che, nel nord dell’ Algeria, sono ben più numerosi, il che non aiuta. Già dopo aver fatto pochi metri di quota, il suolo invece è sparito. Non abbiamo luci di navigazione né tantomeno fari d’ atterraggio. Se finisce la benzina, la faccenda è seria. Possiamo tentare un atterraggio alla cieca, e il rischio di farsi male è elevato. A terra ci sono più che altro rocce e sassi, li ricordo bene, e sono duri.

Poi però alla radio sentiamo la voce di Gianni, chiede se siamo in volo. Ora, voglio precisare, non è che con la radio non potevamo trasmettere del tutto. Potevamo premere il pulsante di trasmissione, solo non si sentiva quello che dicevamo. Ma un “rumore” tipo shhh, secco, lo mandavamo. Quindi, fin dalla partenza, avevamo concordato che con un solo shhh dicevamo no, due ravvicinati per dire sì. Non molto, sempre meglio di niente. Chi trasmetteva messaggi per noi lo sapeva, ovviamente, per cui ci faceva domande che prevedevano o sì o no come risposta (non sempre in verità, talvolta si dimenticavano). Quindi a Gianni gli rispondemmo di sì, eravamo in volo, ma non era un dialogo.

Volavamo ormai da un quarto d’ ora circa, quando risentimmo la voce di Gianni che annunciava:

Gianni: “adesso sparano un razzo
noi: “” e intanto guardiamo “là” con gli occhi sgranati. E a me sembra di vedere una luce, che sale e poi scende. Piccola e lontana, ma è qualcosa.
Io: “Renzo l’ hai vista?
Renzo: “no
Gianni: “l’ avete visto?
Rapido sguardo fra me e Renzo, poi astuta risposta in codice radio: “no
Gianni: “ne sparano un altro
noi: “‘” (era quello che speravamo facessero, dopo il no precedente)
Ci mettiamo a guardare nella direzione in cui avevo visto il primo razzo e… sì, non c’è dubbio! L’ abbiamo visto entrambi, è dritto in prua.
Gianni: “l’ avete visto?
noi: “ !”
Gianni: “adesso accendono le luci della pista
noi “ !”

Mi venne in automatico l’ istinto di dare manetta e spingere leggermente in avanti la cloche (massima velocità). E Renzo, in risposta “dai, non esagerare, che tanto ce la facciamo“. Il cuore però batteva forte a entrambi.

Atterrammo con lo sportello aperto dal mio lato, lo tenevo con una mano. Renzo ai comandi, mentre gli davo in interfono altezza e velocità, illuminando con la torcia elettrica pista e anemometro, alternativamente. Quando toccammo scoppiai in un urlo di gioia, Renzo invece no. Lo guardo e serissimo mi fa: “non dire niente, finchè non siamo al parcheggio e stacco i magneti non è finita“. MADDAIII ! 😀

Mentre rollavamo sui raccordi Renzo disse anche: “oh Renzo, questa la raccontiamo ai nipotini, d’ inverno davanti al camino“. Non è successo, ma quando l’ ho sentito per l’ ultima volta al telefono un mese fa, il ricordo era ancora vivo, e m’ ha detto: “Renzo, questa storia è nostra per sempre, e non ce la potrà togliere mai nessuno”.
E’ giunto il tempo che la raccontassi.

Ciao Renzo, voleremo ancora assieme.

Advertisements

20 thoughts on “L’ ultima tappa

  1. era tanto che no entravo nel blog, anche se posto spesso il link su fb, spero mi perdorai, ma accidenti, mi e’ preso un accidente, stavo gia’ pensando di scrivere a Detestor
    mannaggia alla miseria
    baci catia

  2. Mi hai fatto prendere un colpo anche a me! Renzo è una storia bellissima e unica sono contento che hai voluta condividerla con noi, mi dispiace se ultimamente non sono molto presente (lavoro) ma leggo sempre il blog che mi ha insegnato tanto, politicamente e umanamente. Grazie

  3. Passato l’infarto posso dirlo: bellissima storia si.
    Ma quindi hai il brevetto di pilota?
    Hai partecipato alla Trans Sahara Air Marathon del 1990?
    E soprattutto: quale del gruppo è Jeff Buckley? 😉

      • Nessuno. Jeff non lo vedo, dev’essere andato a raccogliere datteri.
        Sei fortunato, ad avere avuto un amico con cui hai condiviso questa e tante altre cose.
        Questa non potrà davvero togliervela niente e nessuno.

        • L’ omonimia può trarre in inganno, ma c’è un passaggio che mi sembra chiaro:
          Renzo ed io (Renzo), eravamo sul Kitfox
          E poi la seconda foto si chiama “renzo e renzo”
          Sì è curioso che abbiamo lo stesso nome, non molto comune fra l’ altro, e che fossimo entrambi piloti, per giunta assieme in quell’ avventura nel deserto, davvero un caso strano, ma talvolta succedono cose così nella vita reale.

          Purtroppo ci ha lasciati il mese scorso, e come ho scritto, questa storia mi è sembrato giusto e doveroso la raccontassi.
          Perchè nonostante i tanti anni passati ci teneva ancora tantissimo, e ripenso spesso a quell’ ultima telefonata che ebbi con lui.

          • Appunto: credevo che il tuo amico Renzo TI stesse salutando.
            Ma Vaffa. E te lo dico con tutto l’affetto, credimi.
            😀

          • Bellissima storia, e grandi i due Renzi avventurieri tra le nuvole, ma permettimi di unirmi a Enrico S. nel mandarti un VAFFA grosso come una casa per il coccolone che mi hai fatto prendere con la prima frase della storia.

    • IL ne faut pas regarder quel BIEN nous fait un AMI–Mais seulement le désir de nous en faire—M.me de SABLE

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s