L’ orrore dei soldi

Zompettavo per la rete alla ricerca di vita opere e miracoli di Barbara Collevecchio, quando mi imbattei in una sua precedente collaborazione al Giornale, l’ orribile house organ della famiglia Berlusconi. Mi è tornata in mente allora una vecchia polemica speciosa, sull’ opportunità di nutrirsi coi soldi del banana. Vale la pena rammentare fatti e toni, anche perchè sembra se ne sia persa memoria, alla chetichella, come sempre.

Fu Vito Mancuso a dare la stura alla polemica, attinto dai rimorsi di coscienza. E se non ha coscienza un teologo, non so proprio chi la debba avere. Si macerava nel dubbio – facendone pubblico quesito – se fosse eticamente opportuno continuare a pubblicare libri per la Mondadori, azienda posseduta da decenni dal Cavaliere. Poichè l’ anima candida di Mancuso era rosa a causa di una faccenda di tasse auto-scontate con legge ad aziendam, non oso immaginare quanto soffra oggi per l’ ICI/IMU mai pagate dalla Chiesa. E chissà quanto ha sofferto nel passato per la gestione spericolata dello IOR di Paul Marcinkus, o di aver preso soldi da Verdini, azionista del Foglio. Sarebbe capzioso insinuarlo, quindi mi astengo.

Va da sé che parecchi scoprirono di soffrire lo stesso suo malessere, negli stessi giorni, pareva epidemia fulminante. Un po’ ipocrita in certi casi, ma faceva molto trendy. Solo che i nemici del banana pubblicati da Mondadori, o Einaudi – stessa cosa – erano davvero tanti. L’ elenco dei caduti nella polemica tipicamente agostana sarebbe lungo (Don Gallo, Zagrebelsky, Saviano, Scalfari, Augias, Buttafuoco, Mauro Corona, Zucconi, Lucarelli… ). Poteva allora astenersi, colui che riflette il sole con la fronte spaziosa, dall’ entrare nell’ arena per dire la sua? Certo che no, lui ci sguazza nelle inutili polemiche.

Magari non conveniva rammentare che pure lui aveva scritto per l’ orribile Mondadori, posseduta dal banana fin dal 1991. Infatti lo dimenticò. Niente di che, solo un paio di perdibili libelli, nel 1993 e nel 1994, nutrendosi quindi degli stessi soldi sul cui odore avrebbe scritto. Dopo. Fu così che il “presunto giornalista” vergò definitive parole sul suo giornaletto, ancora giovine, con le quali blandiva Mancuso di “notevole tempismo“. Fulgido esempio di coerenza editoriale, venne citato –  a sproposito – Giorgio Bocca, colui che da anni aveva abbandonato la Mondadori. Già, infatti ben dal 2002 Bocca se ne era andato, alla svelta, dopo solo 8 anni che il banana era in politica: questi sì che sono riflessi felini! E magari perchè vendeva poco, o perchè pure il suo editor – Marco Vigevani – era passato alla Feltrinelli, ma sarebbero illazioni velenose.

Ma no, Bocca non andava proprio bene: aveva pure lavorato a Mediaset, e per giunta a domanda sul perchè, aveva risposto con un candido “per i soldi“. Sublime caso di Bocca della verità, visto che invece nell’ intervista a Barbacetto ebbe qualche problema di matematica: era nato nel 1920, di anni ne aveva 22 quando scrisse questo, le date non danno scampo. Certo, più di tutti questi indignados fece Loris Mazzetti nel coccodrillo, falsificando la storia pur di glorificare Bocca, tanto se ne accorgono in pochi (forse).

Eppure erano cose note, bastava ricordarle nel modo giusto, con sincerità. Meglio ancora sarebbe stato farlo quando Bocca era ancora in vita. C’è invece chi preferì farlo solo dopo, con quel pizzico d’ opportunismo post-mortem, nel vergare un coccodrillo contromano, forse raccattando spunti altrove.

Purtroppo nella futile polemica sul prender soldi dal banana, il fronte del sì fu ben più rilevante del no, e come spesso gli accade, il nostro Crapa Pelada si trovò solo o quasi: ma aveva ragione lui, come sempre! Lui è l’ eroe che lotta controcorrente, solo, incastonato sulla prua del Fatto Quotidiano è la polena di balsa che ammonisce il mondo su cosa è giusto e cosa non lo è. E nel sito del suo giornaletto non mancarono gli emuli, tant’è che Gianfranco Mascia giungeva a propagandare mondadorinograzie.org.  Un successone, quasi (cliccare per credere).

La futile polemica si sgonfiò naturalmente assieme ai gommoni a fine agosto, nessuno se ne impippò più nulla. Passarono gli anni, scrittori e giornalisti che accettavano soldi dall’ impero del banana continuarono ad essercene, com’è ovvio. Poi un bel giorno al Fatto Quotidiano approdò un giornalista-scrittore-opinionista-attore-autore-son figo, tale Andrea Scanzi, il quale con sagace lungimiranza aveva scritto nel 2008 un capolavoro assoluto: “Ve lo do io Beppe Grillo”.

L’ anno scorso, quando le lingue dei paladini della stampa libera passarono dalle cadenti natiche di Tonino a quelle più promettenti di Beppe Grillo, pensarono ad una riedizione del libercolo e Travaglio ne fece la nuova prefazione (che strano, non v’è accenno nell’ articolo all’ editore). Non è dato sapere perchè Scanzi avesse al tempo pubblicato per la Mondadori, probabile non sapesse che era del banana, ma sarà stato terribile a quel punto l’ imbarazzo di Marcolino nel prestare la propria ling penna a siffatta operazione: lui che scriveva per l’ orrida Mondadori del banana. Orrore!

Ma non tanto, poco poco, anzi, niente, basta non dirlo.

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